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Terapia breve strategica avanzata per
disturbi ossessivo-compulsivi
Un importante
progetto di lavoro attuato al Centro di Terapia Strategica nel
corso di questi quindici anni è stato il trattamento breve dei
disturbi ossessivo-compulsivi. In linea con la moderna
epistemologia costruttivista (Von Foerster 1970, 1973, 1974,
1987; Von Glasersfeld, 1979, 1984, 1995), siamo arrivati a
conoscere una realtà operando su di essa, aggiustando
gradualmente il tiro degli interventi adattandoli alle nuove
conoscenze che emergevano man mano. Questo studio di
ricerca-intervento ci ha permesso di preparare protocolli di
trattamento specifici particolarmente efficaci nel caso dei
disturbi ossessivo-compulsivi.
Inoltre, ci ha
fornito maggiore coscienza della realtà sulla quale stavamo
intervenendo o, come noi lo definiamo, del sistema "percettivo-reattivo"
della persona che soffre di tali disturbi. È stato il processo
“risolutivo” a permetterci di conoscere la struttura e la
persistenza del problema. L'unico modo per arrivare a capire un
problema è attraverso risultati empirici e sperimentali, e non
semplicemente tramite osservazioni che producono ipotesi basate
su di una conoscenza "a priori". La differenza consiste tra il
giungere a conoscere un problema attraverso l'osservazione e
giungere a conoscere un problema attraverso il cambiamento.
Se un processo
risolutivo funziona per la stessa tipologia di problema con un
significativo numero di pazienti, ci permetterà di comprendere
la struttura del problema stesso ed il suo funzionamento.
Questa conoscenza
acquisita del problema è, naturalmente, non relazionata alle sue
cause. Infatti, da una prospettiva Strategica, ciò che dobbiamo
descrivere è la conoscenza di come sia mantenuto l'equilibrio
patologico e di come continui ad autoalimentarsi.
Conoscere un problema attraverso il
cambiamento: risultati empirico-sperimentali
L'immagine
strategica dei disturbi ossessivo-compulsivi emersi dai dati
empirici è:
-
Una percezione della realtà basata su una fobia
che porta il paziente a reagire, attraverso il pensiero, formule
o azioni compulsive, nel tentativo di ridurre le sue paure.
-
Le comuni tentate soluzioni adottate da pazienti
ossessivo-compulsivi per gestire situazioni di panico totale
consistono o nell'evitare quelle situazioni o nell'attuare,
compulsivamente, particolari azioni abituali (rituali).
Alcune situazioni,
persone, oppure oggetti provocano così tanta paura che vengono
completamente evitate. Molto spesso, in questi casi, il paziente
chiede un aiuto esterno per controllarle ed avere la certezza di
non doverle mai affrontare.
- Le
abituali tentate soluzioni possono essere “riparatorie” o
“preventive”.
Ciò significa che
siamo stati in grado di individuare due diversi tipi di rituali
ossessivo-compulsivi: il primo viene messo in atto per
intervenire e “riparare” dopo che è accaduto qualcosa di temuto,
così da non sentirsi in pericolo, perciò è orientato al passato;
il secondo è incentrato sull'anticipazione della circostanza o
dell'evento
spaventevole, in modo da favorire il miglior esito o evitare il
peggiore.
Recenti risultati
empirico-sperimentali hanno rivelato che esistono due principali
varianti delle azioni preventive: rituali razionali-preventivi e
rituali propiziatori con pensiero magico. I rituali
razionali-preventivi sono azioni specifiche che scaturiscono da
una credenza irrazionale e che permettono al soggetto di
prevenire le situazioni che lo spaventano, come il contagio di
malattie, la perdita di controllo, la perdita di energia, e così
via. I rituali propiziatori sono una forma di pensiero magico
strettamente connesso a credi fatalistici religiosi, convinzioni
derivate da superstizione, fiducia in poteri straordinari o
nella fede, e così via.
Gli atti rituali
possono essere compiuti in prima persona dal paziente o possono
anche coinvolgere terze persone o l'intera famiglia. Ci sono
casi in cui vediamo che per dare sfogo alle azioni compulsive
nel modo più rassicurante possibile o per evitare di entrare in
contatto con la situazione temuta, il paziente chiede aiuto ai
parenti affinchè lo controllino, perché vedano se ha eseguito il
rituale nel modo giusto, o per proteggerlo dalla situazione di
pericolo. In tali casi è necessario lavorare con la famiglia, la
quale diventa inevitabilmente ostaggio del paziente. Questo
genere di paziente ossessivo-compulsivo può diventare violento e
minacciare i membri della famiglia di suicidio o di autolesione.
La famiglia, in questi casi, deve diventare co-terapeuta e
rispettare il compito di osservare attivamente senza
intervenire.
Per essere
veramente rassicuranti i rituali ossessivo-compulsivi del
paziente possono essere attuati seguendo una precisa serie
numerica oppure possono essere associati ad un’immagine della
mente o ad una specifica sensazione. In altre parole, la
struttura dell'atto rituale può essere sia razionale e digitale
sia magica e analogica in connessione con la fobia sottostante.
Dopo un pò, le
tentate soluzioni eseguite dal paziente ossessivo-compulsivo,
diventano patologiche e stabiliscono un sistema che si
auto-alimenta, questo perché sia i rituali sia le tattiche di
evitamento confermano la convinzione nella fobia di base, che a
sua volta incrementa ulteriormente la necessità dei rituali e/o
delle strategie di evitamento, e così via. Perciò il paziente si
intrappola in un circolo vizioso in continua escalation. Ciò che
si poteva considerare liberatorio per il soggetto diventa una
vera incarcerazione.
I pazienti arrivano
in terapia soltanto quando l'escalation tra la percezione fobica
e l'esecuzione degli atti compulsivi li ha portati a vivere una
vita impossibile. Prima di questo punto, essi vivono nella
convinzione che il rituale sia un buon modo per controllare le
proprie paure. Questa è la ragione per cui questi pazienti
resitono così tanto al cambiamento.
Capire e sfruttare la logica
sottostante
L’immagine
metaforica che meglio rappresenta la logica sottostante ai
disturbi ossessivo-compulsivi
è resa da un
aneddoto di Paul Watzlawick: un paziente ricoverato in un
ospedale psichiatrico continuava con il suo rituale “clap clap”,
batteva le mani. Uno psichiatra provò ad intervenire chiedendo
al paziente: “Perchè fai così?” – “Per mandare via gli elefanti”
– rispose il paziente. Il dottore, utilizzando la ‘logica
ordinaria’ come
strumento di cura,
provò a convincere il paziente a fermarsi, dicendogli “Come puoi
ben vedere, non c’è alcun elefante qui” – “Certo, è perché
funziona benissimo!” rispose il paziente, facendo uso della sua
‘logica non-ordinaria’ per spiegare ciò che stava succedendo, e
intanto continuava a battere le mani.
I rituali
ossessivo-compulsivi non sono illogici ma seguono una logica
non-ordinaria. Per modificare il loro ‘equilibrio’, quando
elaboriamo strategie terapeutiche, dobbiamo entrare nella stessa
logica non-ordinaria.
Non si può
persuadere un paziente ad eliminare le sue ossessioni o ad
interrompere l’esecuzione dei suoi atti rituali attraverso
spiegazioni razionali. È invece necessario chiedergli di
eseguire ‘meglio’ il suo rituale, suggerendogli ‘un metodo più
efficace’ per soddisfare le sue necessità e raggiungere lo scopo
delle sue azioni, il che significa riuscire a controllare la sua
paura. In questo modo si può penetrare la percezione del
paziente e, seguendo la logica sottostante alla sintomatologia
ossessivo-compulsiva, insieme
all’utilizzo di un
contro-rituale, è possibile riorientarla verso la sua
auto-distruzione.
In altre parole, la
terapia deve seguire la logica apparentemente insensata che sta
alla base delle idee e delle azioni del paziente, dichiarandogli
che ciò che lui pensa e fa è sensato. Quindi, l’intervento
procede nel prescrivere al paziente uno specifico contro-rituale
prestabilito, presentato in modo che si adatti alle particolari
idee ed azioni patologiche ossessivo-compulsive.
Per esempio, se la
compulsione è quella di controllare qualcosa per un certo numero
di volte, in modo da essere certi che venga fatta perfettamente,
la prescrizione, utilizzando la logica numerica del
controllo patologico, sarà quella di far eseguire al paziente il
suo controllo un preciso e determinato numero di volte,
ogniqualvolta egli senta il bisogno di verificare quella cosa.
“Da qui alla prossima seduta, ogni
singola volta che compirai il tuo rituale, dovrai ripeterlo
cinque volte – non una di più, non una di meno. Potrai evitare
di eseguirlo; ma se lo metterai in atto, devi farlo esattamente
per cinque volte, nè più, nè meno. Potrai evitare di compierlo,
ma se lo fai una volta, devi ripeterlo cinque volte...”.
La struttura logica
di questa prescrizione apparentemente semplice corrisponde a
quella di un antico stratagemma: “far
salire il nemico in soffitta e togliere la scala”.
Il modo di comunicare la prescrizione è qui molto importante. La
comunicazione è basata su un’ipnotica assonanza linguistica,
ripetuta in maniera ridondante, e su un messaggio post-ipnotico,
espresso con un tono di voce marcato.
La struttura di
tale tecnica è da leggersi così: se vuoi eseguire il rituale una
volta, devi farlo per cinque volte.
Il ‘compito’
assegnato indica implicitamente che il terapeuta riconosce il
bisogno di compiere ripetutamente il rituale compulsivo, però
allo stesso tempo è lui/lei ad avere il controllo, indicando il
numero di volte di esecuzione del rituale. Inoltre, il terapeuta
concede il permesso “ingiuntivo” di non attuarlo affatto.
In tal modo il
terapeuta assume il controllo della messa in atto del rituale.
Il paziente è stato prima condotto dalla sua fobia a compiere
ripetutamente tale azione, adesso è costretto a farlo dalla
terapia. Ciò significa che il paziente acquisisce indirettamente
la capacità di controllare la sua sintomatologia invece di
esserne lo schiavo. Se noi riusciamo ad arrivare a questo per
mezzo delle prescrizioni, il paziente comincerà a mettere in
dubbio la propria percezione, essere totalmente posseduto dalla
sua ossessione fobica. Il fatto che egli sia ora in grado di
tenere sotto controllo le azioni patologiche seguendo le
indicazioni terapeutiche, significa che ha la possibilità di
giungere alla loro completa cessazione. Di solito è ciò che
accade. Molto spesso, i pazienti tornano alla seduta successiva
dichiarando di avere letteralmente interrotto il processo di
ripetizione dell’atto rituale, poichè compierlo significava
doverlo ripetere per cinque volte. Rivelano che eseguire i
rituali era diventato realmente stancante e confessano che
stranamente non hanno più sentito la necessità di metterli in
pratica per ridurre la paura, proprio perché questa non si è mai
presentata.
Il fondamento
logico di tale effetto è quello di assumere la stessa dinamica
della patologia persistente. Abbiamo cercato di far ritorcere la
sua forza negativa contro se stessa, attraverso stratagemmi
escogitati specificamente. In questo modo siamo riusciti a far
subire un cambiamento al paziente senza alcuna contrapposizione
con la sua posizione precedente, ma semplicemente tramite
l’utilizzo di un contro-rituale volto ad interrompere la
“dinamica auto-alimentante” del disturbo. Questa tecnica aiuta
il paziente a riassumere il controllo sul sintomo.
I pazienti
ossessivo-compulsivi cominciano a compiere ripetutamente questo
tipo di azioni al fine di possedere maggior controllo della
situazione temuta, ma finiscono paradossalmente per essere
intrappolati dal sempre crescente bisogno compulsivo di
attuarle. Le contromosse che vengono adattate allo specifico
rituale compulsivo del paziente indirizzano la forza dei sintomi
verso l’auto-annullamento.
Nella fase
successiva del protocollo questa prescrizione viene mantenuta e,
di solito, il numero di ripetizioni da effettuare viene
aumentato. Intanto cominciamo a guidare il paziente ad
affrontare direttamente le situazioni temute in precedenza.
Quando la terapia funziona bene, la persona vive la concreta
esperienza di liberazione sia dalle compulsioni, sia dalle
fobie. L’ultimo passo consiste nel fornire al paziente una
spiegazione completa del lavoro svolto ed il suo processo.
Intanto, gli si riconosce la responsabilità del successo della
terapia, dovuto alle sue capacità ed alle sue risorse.
Nel corso della
nostra lunga esperienza di tentativi di elaborazione del miglior
trattamento possibile per i disturbi ossessivo-compulsivi,
abbiamo escogitato un elevato numero di specifici
contro-rituali, utilizzati ad hoc per le differenti tipologie di
sintomatologia compulsiva. Così, adesso, abbiamo a nostra
disposizione una serie di precise predisposte prescrizioni che
hanno rivelato la loro efficacia con le diverse forme di
disturbi ossessivo-compulsivi.
Ad esempio, nel
caso delle formule mentali ritualistiche
ripetute in modo
compulsivo, abbiamo creato stratagemmi basati sulla logica di
“uccidere il serpente con il suo stesso veleno”.
Ricordo il caso di una giovane donna vittima di una serie di
pensieri ossessivi ritualizzati. Diverse volte al giorno,
principalmente prima e durante alcune azioni di ordinaria
amministrazione, soffriva la costrizione mentale di ripetere
formule composte di parole o numeri. Questo rallentava tutte le
sue attività e la portava a quella che lei stessa considerava
“una tortura mentale”, dal momento che si considerava una
persona molto razionale e non poteva accettare l’idea di essere
‘obbligata’ a fare cose irrazionali. In casi del genere viene
utilizzato un semplice stratagemma che permette di ritualizzare
l’atto, come descritto sopra, seguendo un modello diverso di
logica non-ordinaria. Prendiamo possesso del sintomo compulsivo
attraverso la sua trasformazione.
È stato dato alla
giovane donna questo compito: “Da questo momento fino
a quando ci rincontreremo, ogniqualvolta avrai voglia di
ripetere una delle tue formule, dovrai pronunciarla al
contrario. Potrai farlo tutte le volte che vorrai, secondo le
tue abitudini, però partendo dalla fine verso l’inizio. Per
esempio, se dirai la parola “uomo”, diventerà “omou”. Così
ripeterai nella tua mente “omou, omou, omou…” tutte le volte
necessarie.
Se la formula è composta da più parole
e numeri, l’esercizio sarà più difficile. In ogni caso, tu
possiedi una mente ben allenata, giusto?”
Alla seduta
successiva, la paziente mi disse che la cosa la sfiniva, ma era
molto efficace, perchè dopo un pò di giorni i rituali erano
diminuiti, e, il giorno prima della seduta, si erano verificati
soltanto due episodi, immediatamente soppressi dall’attuazione
della prescrizione. Ancora una volta abbiamo condotto la
patologia all’auto-distruzione.
Un altro
stratagemma, usato per pazienti ossessivo-compulsivi che devono
recitare preghiere o riti particolari ripetutamente, consiste
nel crearne, sulla stessa linea del rito del paziente, un altro
più complesso ed elaborato, quindi apparentemente più efficace.
I nostri ultimi
risultati empirico-sperimentali dimostrano che contro-rituali
preelaborati non sembrano funzionare al meglio con pazienti che
mettono in atto ritualipropiziatori razionali- preventivi che
hanno lo scopo di prevenire totalmente una situazione fortemente
temuta. In quei casi si è dimostrato fondamentale cominciare ad
agire sulla loro credenza di base, ovvero, che avere il completo
controllo li proteggerà dalla situazione‘pericolosa’. Ad
esempio, i pazienti che temono il contagio di ogni tipo, per
prevenirlo si lavano continuamente, puliscono e sterilizzano se
stessi, la casa e tutte le altre cose. Ma paradossalmente, è
proprio quando tutto è perfettamente pulito e sterilizzato che
la paura del contagio comincia a crescere, e con essa aumenta la
necessità di compiere il rituale compulsivo. È quando tutto
sembra essere “sotto controllo” che il timore raggiunge livelli
più alti. Questo perchè a quel punto l’individuo deve stare
continuamente all’erta e pronto a mantenere tutto “perfetto”.
In tali casi,
dobbiamo cominciare ad insinuare un dubbio: la prevenzione
totale, il controllo assoluto, la pulizia o l’igiene completa
sono veramente la giusta maniera per ridurre ed infine eliminare
questa paura? Quindi, utilizzando domande “discriminanti”
guidiamo il paziente a domandarsi se davvero debba temere di più
la pulizia totale piuttosto che lo sporco. Per esempio: “Alla
fine quand’è che sorge il problema, quando sei sporco o quando
sei completamente pulito? Quand’è che senti il bisogno
compulsivo di compiere il
tuo rituale, quando
sei un pò sporco o quando tutto è immacolato e tu devi
proteggere e salvaguardare quella situazione?”. Così,
utilizzando domande ad illusione di alternativa e parafrasi,
cominciamo a modulare la percezione del paziente, quindi la sua
reazione nei confronti della circostanza che provoca la paura.
Introduciamo l’idea che “un pò di disordine aiuta a
mantenere l’ordine”.
“Da adesso fino a quando ci
incontreremo di nuovo, vorrei che tu provassi questo piccolo
esperimento, seguendo l’idea che un pò di disordine aiuta a
mantenere l’ordine… Ogni giorno devi deliberatamente toccare
qualcosa di sporco con il dito, qualcosa che tu sai essere
sporco, poi tieni il tuo dito insudiciato per 5 minuti, non un
minuto di più, non uno di meno. Una volta che i 5 minuti sono
trascorsi, sei libero di lavarti le mani nel modo che
preferisci, proprio come vuoi… ma per 5 minuti, non uno di più
non uno di meno, devi tenere il dito sporco… 5 volte per 5
minuti al giorno…”.
Quando il paziente
teme il contagio o le infezioni, utilizziamo spesso l’analogia
con i futuri re, gli eredi al trono, che erano spesso soggetti
ad aggressioni da parte dei traditori ed erano quindi resi
immuni a tutti i veleni esistenti. Fin da tenera età venivano
sottoposti a piccole dosi di veleno. Ogni giorno la dose veniva
aumentata fino a che non arrivava il giorno in cui il futuro re
diventava totalmente immune al veleno, e nessun tipo di pozione
poteva ucciderlo, neanche se fosse stata versata nel suo calice
da un traditore. Sulla base di questa saggezza, al fine di
diventare immuni del tutto a qualcosa, e poter avere controllo
su di essa, non la si deve evitare o prevenire, ma al contrario
la si deve prendere e sopportare a piccole dosi finchè arriva il
giorno in cui non avrà più alcun effetto su di noi. Nella
maggior parte dei casi, anche la più ostinata delle ossessioni e
delle compulsioni può essere vinta semplicemente ridefinendo la
situazione e creando ad hoc una serie di concrete esperienze
emozionali-correttive che liberano il paziente dal suo sistema
percettivo-reattivo rigido e auto-alimentante.
È questo modello in
costante auto-correzione che, con le sue tecniche apparentemente
semplici, ci ha permesso di raggiungere straordinari e, in
qualche misura, persino sorprendenti risultati. Questo può
apparire come qualcosa di magico, ma non è nient’altro che
tecnologia avanzat a. Come Clark affermava “… la tecnologia
avanzata è nei suoi effetti indistinguibile dalla magia”. |