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Il trattamento strategico per le fobie
specifiche (luoghi chiusi,
macchina, aereo, gallerie, animali, di arrossire e sudare, di
parlare in pubblico, ecc…)
Presso il Centro di Terapia Strategica di
Arezzo sono in corso, da ormai quindici anni, progetti di
ricerca che, a partire al modello generale di terapia breve
formulato dai ricercatori del Mental Research Institute
di Palo Alto, hanno portato d un modello di terapia basato su
protocolli specifici di intervento costruiti “ad hoc” per
particolari patologie di problemi.
I disturbi fobici sono stati, appunto, la
prima categoria su cui sia stata applicata questa metodologia di
ricerca articolata in tre fasi che ha portato alla messa a punto
di cinque protocolli specifici di terapia per le diverse
varianti fobiche.
L’efficacia della terapia breve strategica per la cura delle
fobie e degli attacchi di panico
La prima ricerca pubblicata risale al 1988
(Nardone, 1995a) e mostra il 19.2% di casi risolti tra la 1° e
la 10° seduta, il 61.5% tra la 10° e la 20°, il 3% tra la 20° e
la 30° e il 15.3% tra la 30° e la 34°. Attualmente, l'efficacia
del trattamento per ansia, fobie e attacchidi panico è pari al
95% (Watzlawick, Nardone, 1997; Nardone, Watzlawick, 2001) di
casi
risolti in una media di 7 sedute, in cui,
per la maggior parte dei casi (l' 81%), lo sblocco si èavuto
entro le prime 5, con u un 50% di casi in cui la scomparsa dei
sintomi rilevanti è avvenuta dopo la prima seduta.
Cos’è la paura
L'emozione della paura è stato ed è un
meccanismo prezioso per l'adattamento. Grazie ad esso la specie
umana è riuscita ad arrivare fino ai nostri giorni. Oggi però
sovente la paura diviene patologica, invalida. La persona pur
essendo consapevole che non vi è nulla di cui aver paura poiché
le situazioni sono all'apparenza del tutto comuni … non riesce a
non averne. La paura da alleata diventa nemica.
Come si formano gli attacchi di panico
e i disturbi fobici
Analizzando il processo e le tipiche
retroazioni relative al costituirsi del disturbo, sembra
emergere che i gravi disturbi fobici siano apparsi e si siano
gradualmente complicati sulla base di dubbi e pensieri relativi
al potersi sentire male.
Ciò che determina la costituzione della
forte sintomatologia fobica non è comunque l'evento iniziale, ma
ciò che il soggetto mette in atto per evitare la paura, ossia le
tentate soluzioni escogitate dalla persona nel tentativo di
sfuggire allo scatenarsi delle reazioni emotive e somatiche
proprie della paura. Questo induce al costituirsi della paura ad
un livello superiore di gravità.
Risolvere definitivamente il problema
tempi brevi
Per rompere il sistema percettivo-reattivo
patogeno delle fobie il terapeuta ricorre a suggestivi
stratagemmi, costruiti ad hoc, che portano la persona a
fare concrete esperienze di superamento del problema senza che
questi ne sia consapevole. La consapevolezza arriverà infatti ad
esperienza fatta, quando il soggetto non potrà fare altro che
prendere atto d'aver fatto esattamente ciò che aveva ritenuto
impossibile fare fino a quel momento. La metodologia utilizzata
in tale lavoro concorda con le idee lewiniane relative alla
ricerca-azione psicosociale, secondo la quale per conoscere il
funzionamento di un qualsiasi sistema non si debba fare altro
che introdurvi un cambiamento, studiare cioè un fenomeno (di
qualunque natura esso sia) cambiandolo e vedendone gli effetti.
In altre parole, si arriva a conoscere una realtà intervenendo
su di essa. Parallelamente, le nuove conoscenze emerse sulla
base degli effetti degli interventi servono da guida per il
progressivo aggiustamento dell'intervento stesso, determinandone
una continua autocorrezione basata sull'interazione con il
problema da risolvere.
Nel caso in questione, una prima casuale
esperienza reale o immaginaria inserisce nella mente del
soggetto una nuova possibilità percettivo-reattiva: quella della
paura. A partire da tale esperienza, tutto ciò che viene fatto
in direzione di una difesa da questa spaventosa realtà, se non
funziona, non fa altro che confermarla aggravandone gli effetti
sino alla reazione di panico, in termini sia di generalizzazione
della paura che di risposta psichica e comportamentale.
Come si costruisce ciò che si subisce:
le tentate soluzioni fallimentari
In particolare, sono state individuate tre
tipiche tentate soluzioni messe in atto dai soggetti (Nardone,
1993, 2001): evitamento, richiesta d’aiuto e controllo.
L’effetto dell’evitamento, infatti, è
quello di confermare la pericolosità della condizione evitata
preparando, in tal modo, l’evitamento successivo.
Tutto ciò non ha come unico effetto quello
di incrementare la paura confermandola, ma anche quello di
rendere il soggetto sempre più scettico rispetto alle proprie
risorse, aumentando così anche le proprie reazioni fobiche e
rendendo il disturbo sempre più impedente e limitante.
Una volta innescato il circolo vizioso
degli evitamenti, la persona utilizza spesso una seconda
“strategia” che si rivela decisamente controproducente: la
richiesta d’aiuto, ossia la tendenza ad essere sempre
accompagnati e confortati da qualcuno che si presti ad
intervenire in caso di crisi di panico e perdita di controllo.
L’effetto di tale richiesta è,
inizialmente, quello di rassicurare la persona, ma gradualmente
conduce all’aggravamento della paura e delle sue conseguenze
limitanti.
Difatti, proprio la possibilità di avere
qualcuno pronto ad intervenire in aiuto conferma al soggetto la
sua incapacità di affrontare da solo le situazioni temute e
gestirne le conseguenze. Anche questo processo tende a
generalizzarsi - funzionando come una vera e propria “profezia
che si autodetermina” - fino a divenire un’assoluta necessità e
porta la persona ad instaurare forme gravi di disturbo fobico
basate sulla logica del “io dipendo” e non “io controllo”.
D’altra parte, proprio il controllo delle
proprie reazioni, sia fisiologiche che comportamentali, può
diventare il copione percettivo-reattivo ridondante e
fallimentare che il soggetto mette in atto per affrontare la
propria paura.
Ciò che accade in questo caso è infatti
che, nel tentativo di mantenere un controllo delle proprie
funzioni organiche e psichiche, il soggetto sperimenta una
situazione paradossale: il focalizzare l’attenzione sulle
proprie reazioni fisiologiche (battito cardiaco, ritmo
respiratorio, equilibrio, ecc.) conduce alla inevitabile
alterazione di almeno una di queste, provocando paura che a sua
volta genera ulteriori alterazioni, innescando in questo modo il
tipico circolo vizioso del “tentativo di controllo che fa
perdere il controllo”.
Cosa chiede il soggetto fobico e chi
soffre di attacchi di panico
Considerati i tre livelli della terapia,
ossia la strategia utilizzata, l'interazione
comunicativa e la relazione paziente-terapeuta, nei
pazienti fobici possiamo considerare praticamente irrilevante
quest'ultima (decisamente importante in altri tipi di disturbo)
sottolineando al contrario quanto sia fondamentale la strategia
utilizzata e, conseguentemente, le modalità comunicative con cui
questa viene espressa.
Il paziente che arriva in terapia con un
problema di panico è, innanzi tutto, in una situazione di
emergenza.
Generalmente si tratta di soggetti che
vogliono essere collaborativi (proprio in virtù di tale
"urgenza") ma non possono esserlo, hanno una grande motivazione
e necessità di cambiare ma non riescono a farlo neanche in
maniera minimale.
Ciò di cui hanno bisogno è quindi un
"tecnico specializzato" in grado di “cavalcare” la loro paura e
che, con manovre velate, indirette e cariche di suggestione, li
possa condurre a cambiare senza rendersene conto.
Come si interviene: tecniche e fasi
della terapia
Il primo passo terapeutico è, per questo
motivo, quello dell'antica saggezza cinese di "solcare il mare
all'insaputa del cielo" (Anonimo, 1990), ossia di spostare
l'attenzione del soggetto in maniera tale da portarlo, a sua
"insaputa", a superare l'ostacolo vissuto come insormontabile e,
di conseguenza, ad aprire la strada a diverse forme di
rappresentazione della realtà e a nuove modalità
comportamentali.
La prima fase della terapia coincide
solitamente con la prima seduta. In questa fase viene innanzi
tutto definito il problema, ovvero viene rilevato il sistema
percettivo-reattivo del paziente e vengono messe in atto le
prime manovre volte a sbloccare il circolo vizioso innescato
dalle tentate soluzioni.
Per fare ciò, il terapeuta si avvale di un
particolare processo di domande apparentemente banali che,
anziché essere formulate in forma aperta, danno al soggetto la
possibilità di scegliere tra due o più opzioni di risposta.
Viene fornita in questo modo una sorta di illusione
d'alternativa che dà il via ad un processo in cui ogni
risposta costruisce la domanda successiva secondo una sequenza
che va gradualmente a chiudersi ad imbuto. Nel fare ciò il
terapeuta si manterrà apparentemente in una posizione
one-down che gli permetterà di guidare il paziente lungo un
determinato percorso conoscitivo ed operativo allo stesso tempo.
Questa modalità di “indagare” è infatti già di per sé in grado
di produrre dei cambiamenti nel modo di percepire la realtà da
parte del paziente, proprio perché gli permette di aprire nuove
modalità percettivo-reattive relative al suo disturbo. A questo
punto il terapeuta passa alle prime prescrizioni terapeutiche
che in questa prima fase solitamente sono: la paura
dell'aiuto (e/o dell'evitamento) e il come
peggiorare.
Le ristrutturazioni della paura
dell'aiuto e della paura dell'evitamento inducono il
paziente a pensare che ogniqualvolta chiede aiuto a qualcuno o
evita un situazione ansiogena aggravi i propri sintomi: “ogni
volta che lei chiede aiuto e lo ottiene lei si sente protetto,
ma al tempo stesso lei conferma a se stesso che da solo sarebbe
stato incapace.
Quindi in realtà ogni qualvolta lei chiede
aiuto e lo riceve lei conferma e se stesso la sua incapacità e
questo non solo mantiene il suo disturbo, ma lo fa peggiorare.
Però noi siamo convinti che lei non sia in grado di non chiedere
aiuto quindi le chiediamo solo di pensarci”. In sostanza, lo si
mette nella condizione di sostituire una paura con un'altra
paura più forte (ubi major minor cessat) utilizzando così
la forza della paura contro la paura stessa.
Attraverso la prescrizione del come
peggiorare si chiede al paziente di porsi la seguente
domanda ogni giorno: "Cosa dovrei fare o non fare, pensare o non
pensare, se volessi volontariamente peggiorare la mia
situazione?" e di portare le risposte nella seduta successiva.
Nel porsi questa domanda i pazienti si rendono solitamente conto
che ciò che in realtà farebbero per stare peggio è ciò che già
fanno nel tentativo di stare meglio! In sostanza vengono svelate
le tentate soluzioni disfunzionali senza che sia il terapeuta a
suggerirle.
Durante la seconda fase del trattamento
(dalla seconda alla quinta seduta secondo i casi) avviene la
rottura, o sblocco, del sistema percettivo-reattivo e delle
tentate soluzioni fin qui utilizzate. Il primo cambiamento
avvenuto viene quindi ridefinito ed indirizzato verso ulteriori
progressivi cambiamenti che avverranno in virtù di una nuova
percezione nei confronti della realtà. A questo punto possono
essere mantenute alcune prescrizioni date in prima seduta e si
procede con la prescrizione della peggiore fantasia (vedi
II seduta) e si introducono tecniche di desensibilizzazione
sistematica. Si tratta di una prescrizione paradossale che
funziona secondo la logica dello stratagemma cinese di
spegnere il fuoco aggiungendo la legna. Si chiede infatti
al soggetto di prescriversi volontariamente ogni giorno i propri
sintomi più temuti calandosi deliberatamente nella propria
peggiore fantasia all’interno di un rituale comportamentale
preciso e formalizzato. La prescrizione della peggiore fantasia
porta solitamente a due tipi di effetto: alcune persone pur
provando a calarsi nella situazione fobica non riescono a
provare nulla e possono arrivare addirittura ad addormentarsi;
altre (la percentuale minore) provando ad invocare il proprio
"fantasma" riescono a stare male. In entrambi i casi comunque,
nel corso della giornata, la maggior parte dei pazienti riporta
di non aver avuto momenti di crisi a parte qualche sporadico
episodio ansioso facilmente gestibile. La logica sottostante
alla desensibilizzazione consiste nello stratagemma cinese
“solcare il mare all’insaputa del cielo” senza che il paziente
se ne renda conto, tilizzando tecniche che spostano
l’attenzione, si fa in modo che la persona si esponga
gradualmente avvicinandosi sempre più all’oggetto temuto.
Nella terza fase (solitamente inclusa
dalla quinta seduta in poi) una volta avvenuto lo sblocco del
sistema percettivo-reattivo e, di conseguenza, le prime dirette
esperienze di superamento del problema, il paziente viene
indirizzato verso quei cambiamenti concordati come soluzione del
problema. Vengono quindi ridefinite la relazione e la percezione
con se stessi, con gli altri e col mondo.
A seconda dell'effetto ottenuto dalla
prescrizione della "mezz’ora di peggiore fantasia" avremo due
tipi di ridefinizione della situazione. Nel caso in cui
il soggetto non sia riuscito a stare male il terapeuta
sottolineerà come il problema possa essere annullato proprio
provocandolo volontariamente; nel secondo caso invece,
ristrutturerà la capacità di provocarsi i sintomi come la
capacità di poterli anche ridurre, sottolineando che più ne farà
stare nella mezz’ora meno ne avrà al di fuori. Vengono a questo
punto prescritti 5 minuti di peggiore fantasia ogni 3 ore
(ad orari prefissati, alle 9.00, alle 12.00, alle 15.00, alle
18.00 e alle 21.00) in cui il paziente dovrà cercare di
provocarsi i sintomi. I 5 minuti ogni 3 ore vengono
successivamente trasformati in 5 minuti al bisogno,
attraverso i quali viene data la possibilità al paziente di
"toccare il fantasma nel momento in cui compare per farlo
svanire immediatamente". Viene quindi data la possibilità di
sfruttare l’effetto paradossale della peggiore fantasia al
momento dell’insorgere dell’ansia o/e se si ritrova in
prossimità dell’oggetto temuto. Si comincia inoltre a lavorare
solution oriented (De Shazer 1988), introducendo due tipi
di nuove prescrizioni: la prescrizione del come se (Watzlawick,
1990) e la tecnica della scala.
Attraverso la prima si chiede al paziente
di porsi una domanda ogni giorno ovvero "come mi comporterei,
diversamente da come mi comporto, come se non avessi più il mio
problema?" e gli si chiede di mettere in pratica la più piccola
e minimale tra queste cose, una nuova ogni giorno. Questo, non
solo dà l'inizio ad una serie di cambiamenti ed esperienze
concrete di superamento del problema, ma crea inoltre la
consapevolezza nel paziente di essersi costruito una soluzione
non fornita dal terapeuta. La tecnica della scala viene
introdotta sia quando il miglioramento della situazione tra la
seconda e terza fase della terapia è estremamente precoce che
dopo aver utilizzato la tecnica precedentemente descritta.
Attraverso questa tecnica viene richiesto il frazionamento degli
obiettivi su una scala da 0 (quando il problema era al massimo)
a 10 (quando il problema si potrà definire risolto). Una volta
che il paziente definisce la propria posizione sulla scala gli
si chiede, ogni giorno, di fare qualcosa che possa permettergli
di dire “ho fatto un passo in avanti”. A questo fine è
necessario che l'intervento sia minimale, ovvero anche qualcosa
di apparentemente molto piccolo, che sarà comunque sufficiente
ad innescare una reazione a catena che sovvertirà tutto
l'equilibrio del sistema.
Anche questa tecnica, apparentemente
direttiva, fornisce un’ottima modalità per aggirare naturalmente
la “resistenza al cambiamento” del paziente. L'ultima fase
coincide con l'ultima seduta e ha come obiettivo quello di
consolidare definitivamente ciò che è stato ottenuto,
sottolineando e ribadendo come il cambiamento sia avvenuto
grazie alle capacità personali del paziente.
Si tratta infatti di affermare come ormai
egli abbia imparato ad utilizzare bene le proprie risorse e sia
quindi giunto ad una completa autonomia.
A questo punto il terapeuta sia accorda
solitamente sulle modalità di follow-up, che prevedono
futuri incontri di “controllo” a 3 mesi, 6 mesi e un anno.
Questo, per garantire che i risultati ottenuti vengano mantenuti
nel tempo e la terapia possa ritenersi conclusa e riuscita.
Le
principali descrizioni dei disturbi d'ansia secondo il DSM-IV-TR
(APA, 2000):
Un
Attacco di Panico corrisponde a un periodo preciso durante
il quale vi è l'insorgenza improvvisa di intensa apprensione,
paura o terrore, spesso associati con una sensazione di
catastrofe imminente. Durante questi attacchi sono presenti
sintomi come dispnea, palpitazioni, dolore o fastidio al petto,
sensazione di asfissia o di soffocamento, e paura di "impazzire"
o di perdere il controllo.
L'
Agorafobia è l'ansia o l'evitamento verso luoghi o
situazioni dai quali sarebbe difficile (o imbarazzante)
allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto
in caso di un Attacco di Panico o di sintomi tipo panico.
Il
Disturbo di Panico Senza Agorafobia è caratterizzato da
ricorrenti Attacchi di Panico inaspettati, riguardo ai quali vi
è una preoccupazione persistente. Il Disturbo di Panico con
Agorafobia è caratterizzato sia da ricorrenti Attacchi di
Panico inaspettati che da Agorafobia.
L'
Agorafobia Senza Anamnesi di Disturbo di Panico è
caratterizzata dalla presenza di Agorafobia e di sintomi tipo
panico senza anamnesi di Attacchi di Panico inaspettati.
La
Fobia Specifica è caratterizzata da un'ansia clinicamente
significativa provocata dall'esposizione a un oggetto o a una
situazione temuti, che spesso determina condotte di evitamento.
La
Fobia Sociale è caratterizzata da un'ansia clinicamente
significativa provocata dall'esposizione a certi tipi di
situazioni o di prestazioni sociali, che spesso determina
condotte di evitamento.
Il
Disturbo Post-traumatico da Stress è caratterizzato dal
rivivere un evento estremamente traumatico accompagnato da
sintomi di aumento dell'arousal e da evitamento di stimoli
associati al trauma.
Il
Disturbo Acuto da Stress è caratterizzato da sintomi simili
a quelli del Disturbo Post-traumatico da Stress che si
verificano immediatamente a seguito di un evento estremamente
traumatico.
Il
Disturbo d'Ansia Generalizzato è caratterizzato da almeno 6
mesi di ansia e preoccupazione persistenti ed eccessive.
Il
Disturbo d'Ansia Dovuto ad una Condizione Medica Generale è
caratterizzato da sintomi rilevanti di ansia ritenuti
conseguenza fisiologica diretta di una condizione medica
generale.
Il
Disturbo d'Ansia Indotto da Sostanze è caratterizzato da
sintomi rilevanti di ansia ritenuti conseguenza fisiologica
diretta di una droga di abuso, di un farmaco o dell'esposizione
ad una tossina. |