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PROBLEMI DELLA COPPIA, PROBLEMI DI RELAZIONE, PROBLEMI DI
COMUNICAZIONE. I MODI PER FALLIRE
"Il libro della vita comincia con un uomo
e una donna in un giardino e finisce con …..
l'Apocalisse "
(Oscar Wilde)
E' la dose che fa il veleno
Le fiabe che ci raccontano da bambini con “fatine” e principi
azzurri ci consentono di vivere per qualche anno in un mondo
fantastico. Volenti o nolenti, l'illusione, che i nostri
genitori con cura ci regalano per proteggerci e permetterci
sogni d'oro, si infrange.
Già dai primi anni dell'adolescenza, con le prime esperienze
amorose, impariamo che quando si costruisce una coppia c'è anche
la possibilità di crisi e di sofferenza.
Di solito accade che quelle che sembravano le qualità del
partner, le stesse per cui si era fatta quella scelta, dopo un
po' si trasformano nel suo lato negativo. All'estremo si è
catturati nel paradosso: si odia ciò che piace! La
caratteristica positiva cambia volto, diviene l'insopportabile.
G.C. Lichtenberg diceva: “le cose più grandi nel mondo vengono
compiute attraverso altre a cui non prestiamo attenzione,
piccole cose su cui sorvoliamo e che alla fine si accumulano”.
La reiterazione nel tempo di un comportamento ne cambia la
valenza, il significato; ciò che piace, se ripetuto numerose
volte, può diventare intollerabile, esasperante. “Nulla è di per
sé veleno, tutto è di per sé veleno, è la
dose che fa il veleno” (Paracelso). Tante
volte quelle caratteristiche, quelle qualità amate, apprezzate,
diventano la fine della relazione amorosa, la tomba. Per esempio
una donna, affascinata e catturata da uomo simpatico, allegro, a
cui piace scherzare, con la battuta pronta, un uomo che
differentemente da lei prende la vita con leggerezza,
s’innamorerà di lui perché “...diverso dai soliti monotoni”. La
nuova relazione verrà vissuta come l'in-attesa boccata di
ossigeno. Però, col tempo, se questo modo di fare viene
riproposto costantemente, il modo di fare del “burlone”,
anziché allietare il disagio della coppia, ne alimenterà la
tensione, la rabbia, la reazione aggressiva, la frustrazione;
dall'amata il poverino (che cercava solo di mettere in atto
quello che prima aveva funzionato) verrà percepito come “il
solito con poco tatto”, come la persona poco seria, poco
rispettosa delle sue esigenze/paure/difficoltà. Oppure, un altro
caso: l'uomo attratto dalla donna precisa, accorta ai dettagli,
che riesce ad organizzare tutto alla perfezione. Costui penserà,
quando scopre la dote della sua incantevole nuova fidanzata:
“che bello! Finalmente proprio quello che volevo. Una che mi
piace e che metterà ordine nella mia vita!”. All'inizio, da
quell'uomo che vive nel caos, nel disordine, che spreca molto
del suo tempo per cercare quello che perde, questa donna verrà
percepita come una manna dal cielo. Quando, però, si renderà
conto che la donna che piaceva per la sua “precisione”,
oltre a “mettere ordine” alle quotidiane faccende
domestiche, “mette ordine” anche nei momenti di relax,
pianifica ogni cosa che avverrà nel “weekend” e nelle vacanze,
fa liste meticolose per ogni spesa, attività, impegno, organizza
i momenti amorosi che finiscono quasi sempre con un “flop”, da
quelli riproduttivi che finiscono allo stesso modo...., in men
che non si dica, la benedizione diventa maledizione.
Marito e moglie a rischio: difficoltà dei partner nel gestire i
cambiamenti della coppia
Tradimenti, ripetute illusioni-delusioni (l’innamorato non ha
fatto..., ha dimenticato..., diventa diverso da quello che si
era immaginato), avvisaglie di problemi sessuali, allontanamento
progressivo, occasionali divergenze per la gestione dei figli,
arrivo di un figlio, il dubbio che col tempo diventa credenza
(esempio l’idea di avere bisogno di qualcuno al fianco per...),
l'evidenza della consapevolezza delle proprie incapacità
(esempio riprendere la vita di coppia quando i figli vanno via;
gestire la malattia di uno dei membri; accettare l’infertilità
del partner), tutto questo e probabilmente molto altro ancora
col tempo diventano pareti invalicabili, dolori insopportabili,
colpe inespiabili, vuoto... Le sensazioni provate in questi
momenti offuscano le idee.
Di fronte a queste amare verità non si può non reagire. Ci si
allontana silenziosamente, oppure ci si irrigidisce come durante
una guerra
fredda,
oppure ci si trattiene fino ad esplodere in maniera vulcanica;
oppure ogni futile evento finisce progressivamente per sfociare
in accese discussioni, litigi, tesi a difendere le proprie
ragioni e a far sentire in colpa l'altro di quello che si vive…
Queste reazioni risolvono? No! Complicano o, nella migliore
delle ipotesi, lasciano le cose come stanno; sono messe in atto
perché non si è in grado di fare diversamente. Come diceva
Seneca “ogni vento è sbagliato per chi non sa verso quale
porto è diretto. A chi sa dove andare, tutti i venti sono
favorevoli”. Se non abbiamo una meta chiara, saremo in balia
degli eventi, verremo sballottati da una parte all'altra a
piacimento di chi tende le fila. La speranza e l'illusione che
il giorno dopo le cose cambino magicamente e che l'incubo
finisca col risveglio il mattino seguente, subito dopo portano
alla delusione, a sprofondare nella disperazione e
nell'angoscia. Nell'attesa, di decidere, di fuggir via, di
abbandonare tutto, di dire “basta!”, sovente si continua,
si ripete esattamente lo stesso copione che rende tutto ogni
giorno, se non peggio, uguale al precedente.
Ma la vita di coppia in cosa dovrebbe consistere?
Evitando ipotesi e opinioni personali e avendo imparato dalle
coppie “scoppiate” che si sono rivolte a noi, più che dire quello
che dovrebbe essere, parlerò di quello che porta la
relazione di coppia al suo esaurimento, ciò che lede il
rapporto tra i partner.
Lo studio e la ricerca condotta nell'arco degli ultimi vent'anni
presso i C.T.S. sparsi su tutto il territorio italiano ed
estero, attraverso lo strumento della ricerca-intervento, ha
permesso di osservare e individuare vari pattern
relazionali “rigidi” e “nocivi” alla vita di coppia. Oltre a
questo però, grazie all'indagine condotta, si è giunti
all'individuazione di un denominatore comune ai diversi problemi
di coppia: la cattiva comunicazione, la quale, se è inefficace e
disfunzionale, lascia i protagonisti (in questo caso i
partners) intrappolati in un circolo vizioso dal quale non
si riesce a venir fuori indenni.
La matrice dei problemi di coppia, dei problemi relazionali: i
problemi di comunicazione nella coppia
Prima di illustrare i risultati delle ricerche dei C.T.S.
condotte per individuare le più frequenti dinamiche (abitudini,
modi di dire, di fare e di pensare), che finiscono per far
ritrovare nella viscosa trappola in cui si cade quando si vive
una “relazione patologica”, vorrei attirare l'attenzione su
quegli aspetti che determinano la comunicazione, quegli elementi
da cui ha preso spunto il lavoro condotto dai CTS e che
presenterò, il lavoro che consente agli psicoterapeuti, formati
secondo l'approccio strategico-sistemico, di applicare il
protocollo di trattamento e di dare una risposta mirata,
concreta ed efficace a coloro che devono affrontare il proprio
problema (col partner o con se stessi).
Per parlare di questo tema farò riferimento al maestro della
comunicazione, nonché ad uno dei padri dell'approccio
strategico-sistemico: Paul Watzlawick. Egli espone gli aspetti
peculiari della comunicazione spiegandone l’importanza e gli
effetti concreti che da essa si determinano. Il suo studio ci
chiarisce come gli effetti comunicativi costruiscano la realtà
di cui si gioisce o che si subisce, come essa (in funzione di
come è utilizzata) risulti la matrice dei diversi problemi della
coppia e/o la salvatrice della coppia. Il tema viene
esaustivamente e scientificamente sintetizzato nel testo “La
pragmatica della comunicazione umana”. Qui, inoltre, sono
definiti gli assiomi della comunicazione, ciò da cui l'atto
comunicativo (funzionale e disfunzionale, più o meno efficace,
ecc...) non può prescindere. Gli assiomi della pragmatica della
comunicazione conducono al fenomeno dell’irreversibilità
dell’atto comunicazionale: il messaggio, una volta inviato,
inevitabilmente produce i suoi effetti, non lo si può più
cancellare. Pertanto l’esperto di comunicazione si addestra a
prestare attenzione, durante ogni fase della comunicazione in
corso, al feedback, ovvero all’insieme delle risposte,
verbali e analogiche, fornite dall’interlocutore durante la
relazione comunicazionale.
I cinque assiomi e le applicazioni concrete nei problemi di
coppia
Il primo assioma è “è
impossibile non comunicare. Ogni comportamento è comunicazione”.
Non esiste qualcosa che sia un non-comportamento. In
un'interazione qualsiasi comportamento ha valore di messaggio.
La comunicazione può essere anche non volontaria: infatti anche
quando si evita, quando non si risponde e/o non si reagisce, si
comunica qualcosa. Ogni comunicazione può essere scomposta in
messaggio (ogni singola unità di comunicazione) e in interazione
(una serie di messaggi).
C’è una proprietà del comportamento talmente ovvia da essere
spesso trascurata: il comportamento non ha un suo opposto, non
esiste un qualcosa che sia un non-comportamento. Ora, se si
accetta che l’intero comportamento in una situazione di
interazione abbia valore di messaggio, vale a dire sia
comunicazione, ne consegue che, comunque ci si sforzi, non si
può non comunicare. L’attività, le parole o il silenzio hanno
tutti valore di messaggio: influenzano gli altri, e gli altri a
loro volta non possono non rispondere a queste comunicazioni.
Sarebbe opportuno chiedersi, proprio quando sopraggiunge da
parte dell'interlocutore l'assenza e il silenzio, il significato
sotteso a quell’assenza o a quel silenzio? Anche se non si dice
niente, un'espressione, la mancata presenza, l'arrivare in
ritardo, un fiore, un sorriso... dicono tanto di noi e di quello
che pensiamo sulla nostra relazione. Sappiamo che una rosa non è
l'amore, ma con essa possiamo arrivare a toccare l'impalpabile,
dire l'indescrivibile, possiamo andare oltre le parole e
comunicare l'infinita passione.
Il secondo assioma è “Ogni comunicazione ha un aspetto di
contenuto e uno di relazione in modo che il secondo qualifica il
primo ed è quindi meta-comunicazione”. Una comunicazione
trasmette informazioni, ovvero un aspetto comunicativo di
contenuto e un certo comportamento da seguire. Implica, inoltre,
un impegno e quindi definisce il modo in cui il mittente
considera la sua relazione con il destinatario. È dunque
possibile teorizzare un secondo assioma della comunicazione,
basato sul fatto che una comunicazione non soltanto trasmette
informazione ma, al tempo stesso, impone un comportamento. Nella
comunicazione possiamo distinguere due aspetti fondamentali: il
messaggio, la notizia, l'informazione, il contenuto di quanto
comunicato (esempio “Hai ragione cara!”) e un aspetto che si
riferisce al modo (sincerità, ironia, abitudine, chiusura...) in
cui il messaggio è comunicato, che definisce la relazione tra i
comunicanti. Questo aspetto si riferisce al messaggio che deve
essere assunto e, perciò, alla relazione tra i comunicanti (ecco
come mi vedo ... ecco come ti vedo ... ecco come ti vedo che mi
vedi). Di qui la centralità della meta-comunicazione, cioè della
comunicazione sulla comunicazione: la capacità di
meta-comunicare in modo adeguato (tenendo presente patti detti e
non, ruoli e funzioni, limiti e risorse proprie e altrui) non
solo è la conditio sine qua non della comunicazione
efficace, ma è anche strettamente collegata con il problema
della consapevolezza del sé e degli altri. Il rapporto esistente
tra il contenuto (notizia) e l’aspetto di relazione (comando)
della comunicazione -come direbbe Russel- implica un diverso
livello logico. Gli aspetti relazionali infatti sono da
intendersi come di un tipo logico più elevato rispetto agli
aspetti contenutistici: sono informazioni sull’informazione,
sono meta-informazione (oltre alla mera comunicazione del
messaggio fanno passare il non detto: che si percepisce e si
intuisce, che si deduce e che induce).
In sostanza, se fornisco un’informazione in modo ironico,
arrogante, scostante, critico, ciò che arriva al ricevente è il
livello di squalifica e di rifiuto: posso quindi suscitare una
reazione aggressiva, passiva, di indifferenza, ma obbligherò
comunque il ricevente a rispondere a questo livello. La stessa
azione, la stessa parola avranno perciò un diverso senso in
funzione del contesto. Uno scherzo, una battuta, enfatizzano la
felicità di una coppia che vive in armonia; se invece tra i due
si respira aria di litigio o di rottura, la stessa cosa (sia
scherzo, sia battuta, sia quel che si voglia) finisce per
peggiorare sempre più la situazione.
“La natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle
sequenze di comunicazione tra i comunicanti”: è il terzo
assioma. I comunicanti segmentano il loro scambio in unità di
comunicazione dotate di senso e chiusura attraverso l’uso della
punteggiatura; essa organizza gli eventi comportamentali
dell’interazione in corso. Realtà diverse dovute ai modi diversi
di punteggiare la sequenza sono alla radice di innumerevoli
conflitti di relazione e di scambio. La comunicazione si
configura come un processo circolare in cui gli organismi
coinvolti punteggiano la sequenza in modo che sembri che l’uno o
l’altro abbia iniziativa o che si trovi in posizione di
dipendenza. Diventa dunque evidente come la punteggiatura
organizzi gli eventi comportamentali, diventando ciò che
mantiene e alimenta la circolarità. Un buon esempio di
punteggiatura delle sequenze può essere tratto direttamente
dalla mia esperienza: quando una coppia in crisi si è rivolta a
me, la moglie, alla mia domanda di apertura (“qual è il problema
che la porta qui da me?”) risponde: “Non ce la faccio più, ormai
è da tempo che non è più possibile convivere con lui!
Arrabbiarmi è all'ordine del giorno; non mi rispetta, fa “i
cavoli suoi”, e la cosa peggiore è che da un po' di tempo a
questa parte anche la figlia mi tratta male, mi manca di
rispetto: insomma, mi trattano come una serva. Cerco di farlo
ragionare con le buone, con le cattive ma niente...”.
Interrogato, il marito risponde: “Io non so cosa fare! É da un
paio d'anni a questa parte che è diventata una cosa impossibile.
Tutto le dà fastidio, da quando arrivo a casa fino a quando non
si va a letto è sempre incavolata, sbruffa, fa prediche... Io
fuori casa sono una persona molto calma, lo dicono tutti quelli
che mi conoscono. In casa però è diventato impossibile stare
sereni...Quando arrivo la figlia non c'è, quasi non ci vediamo
più. Lei (riferendosi alla moglie), mentre prendo quel boccone
che mi diventa veleno, è lì a farmi la lista delle cose che ha
fatto o che non ha fatto la figlia, le cose che le ha detto, di
come le ha alzato la voce, di come si veste, di tutto di più.
Poi attacca col discorso che non faccio niente, che non sono un
padre come dovrei essere...Ma che posso fare? Io so che a scuola
va bene, i voti lo dicono, non ha cattive amicizie, frequenta un
ragazzino a posto: insomma, è una ragazzina che vive la sua età.
Cosa dovrei fare?! Davanti a me le cose vanno bene! Quando
inizia ad attaccarmi, all'inizio non rispondo ma poi incalza e
non si ferma fino a quando non perdo la pazienza ed alzo la
voce. A quel punto mi accusa di averle mancato di rispetto, dice
che R. (la figlia) ha appreso da me a trattarla male, mi
offende dicendo che non sono un buon padre...”.
In questo caso la comunicazione è disfunzionale, poiché ognuno
reagisce in funzione del proprio punto di vista. Cosi facendo
però, ingenuamente, con le migliori intenzioni, hanno complicato
la situazione e alimentano la circolarità viziosa nella quale si
stanno ritrovando a vivere. Quando si è invischiati in una
situazione di questo tipo, sarebbe necessario fare una cosa
apparentemente semplice ma di una difficoltà enorme, ovvero
“fare attivamente nulla”, stare ad ascoltare il punto di vista
dell'altro e ricercare un’integrazione delle diverse
punteggiature, ponendosi nella one-down position e
dicendo ad esempio “grazie per quello che mi stai riferendo, mi
aiuta, mi fa capire di quanto è importante essere uniti per
sconfiggere questo nemico!”.
Il quarto assioma è “Gli esseri umani comunicano sia con il
modulo numerico che con quello analogico”. Il linguaggio
numerico ha una sintassi logica (struttura) assai più complessa
e di estrema efficacia, ma manca di una semantica adeguata
(senso definito) nel settore della relazione, mentre il
linguaggio analogico ha la semantica, ma non ha alcuna sintassi
adeguata per definire la natura della relazione. La
comunicazione verbale (numerica) necessita del supporto del
messaggio analogico/non verbale per evitare possibili
fraintendimenti. Il linguaggio non verbale contiene elementi
analogici che si trasmettono attraverso la postura, la
gestualità, il tono della voce, la mimica e che corrispondono,
in parte, a universali del comportamento umano, in parte a
codici culturalmente definiti. Ne consegue un’indicazione di
possibili applicazioni pratiche: è utile, oltre a dare il
messaggio, osservare il livello non verbale per riconoscere il
nostro interlocutore e la posizione che occupa rispetto a noi.
Specialmente in amore, il linguaggio razionale da solo può
ridurre l'eros e le sensazioni, ovvero il fulcro di questo
sentimento.
L'ultimo assioma è “tutti gli scambi di comunicazione possono
essere definiti simmetrici o complementari, a seconda che siano
basati sull’uguaglianza o sulla differenza tra i due comunicanti”.
Uno scambio di comunicazione è simmetrico, quando è basato
sull’uguaglianza ed è, dunque, paritario e democratico. Uno
scambio comunicativo è detto simmetrico quando ciascuno dei due
dialoganti tende a rispecchiare il comportamento dell’altro e a
minimizzare la differenza, tendendo all’uguaglianza. I due
comunicanti sono sullo stesso piano e, quindi, in equilibrio tra
loro.
All’interno delle relazioni simmetriche possiamo, poi,
distinguere altri due tipi di interazione: relazioni
simmetriche-simmetriche, in cui i due comunicanti sono in
costante competizione per la conquista della posizione
dominante; relazioni simmetriche-reciproche, in cui i due
comunicanti assumono alternativamente la posizione dominante, a
seconda delle situazioni.
Lo scambio complementare si basa sulle differenze, sul rapporto
autorità/subordinazione. Uno scambio comunicativo è
complementare, quando il comportamento di uno completa quello
dell’altro e si mantiene la differenza e l'equilibrio. La
complementarietà esiste, però, anche quando i due comunicanti
hanno due diverse posizioni per cui uno prevale sull’altro.
La relazione tra due individui non è comunque mai definitiva;
tende a mutare, anche senza l’intervento di fattori esterni.
Essere consapevoli del tipo di relazione che si vuole instaurare
permette di essere chiari nel messaggio che si invia e di
evitare sgradevoli conflitti di ruolo o lotte di potere.
Il problema nasce quando nella coppia si instaura un rapporto
rigido del tipo simmetrico e/o complementare in ogni situazione.
La coppia dovrebbe essere in grado di interagire senza un
copione rigido che porta a meccanizzare e limitare il rapporto.
Delle volte bisogna essere complementari, altre simmetrici. Ad
esempio, una donna sottomessa, complementare ad un uomo
dominante, di fronte a certe richieste ritenute eccessive,
farebbe meglio a porsi col “rifiuto”. Nella coppia, invece, dove
domina “l'amor litigarello”, quelle coppie con una relazione
infuocata (simmetrica), il rapporto può durare solo in presenza
di una giusta dose di complementarietà: ad esempio, se uno dei
due riconosce le ragioni dell'altro anche quando non ci sono,
quando uno dei due per amor di coppia fa un passo indietro, una
concessione, riconoscendo una piccola ragione, consapevolmente
si dovrà sottoporre ad un piccolo dolore per evitarne uno
grande: un'apparente one-down position (es. “quello che
mi stai dicendo mi aiuta a..... hai proprio ragione!”) fa
conquistare effettivamente la one-up position (il
controllo della coppia).
I risultati della ricerca-intervento per i problemi di coppia:
evitare il fallimento attraverso la conoscenza dei modi che
portano al fallimento del matrimonio (le tentate soluzioni)
Essere consapevoli della forza della comunicazione può essere di
aiuto a molti.
Nardone afferma che “uno dei metodi più efficaci che ognuno può
sperimentare per mettere a punto una strategia o per scegliere
uno strumento utile a certi scopi consiste nell’individuare
prima di tutto le cose sicuramente fallimentari da evitare. Per
imparare a dialogare strategicamente con il nostro partner, il
primo passo sarà individuare tutti i modi sicuri per fallire nel
nostro intento. Solo in seguito si può passare a descrivere gli
ingredienti che possono orientare costruttivamente la relazione
tra partner”.
Grazie ai risultati della ricerca-intervento, Nardone nel testo
“Correggimi se sbaglio” (da cui ho tratto quello che segue) ha
presentato alcune delle modalità comunicative che trasformano la
relazione amorosa in una disastrosa. Ha individuato quelle
ridondanze comunicative che hanno portato al fallimento numerose
coppie. Presenta quello che potrebbe essere considerato il primo
passo che uno dei partner può fare per interrompere il circolo
vizioso: riconoscere il modo che sta portando al fallimento
della relazione per evitare di riprodurlo. Le forme fallimentari
più frequenti individuate nel corso dello studio sono state: il
puntualizzare, il recriminare, il rinfacciare, il biasimare,
oltre ad alcune forme espressive.
Puntualizzare.
Un tratto che caratterizza le persone intelligenti nelle loro
relazioni è la tendenza a puntualizzare le situazioni e le
condizioni, le sensazioni e le emozioni nel rapporto con
l’altro, per tenere sotto controllo e programmare nel miglior
modo possibile la relazione. Ma questa modalità può diventare
ridondante e trasformarsi in un atto che, invece di prevenire i
problemi, li alimenta. Spesso possiamo constatare che il partner
ha ragione, ma al tempo stresso, il modo in cui lo dice ci
irrita e fa nascere in noi la voglia selvaggia di trasgredire
le regole della relazione. La persona così ragionevole e saggia
che ci troviamo di fronte si trasforma in un magnifico
“rompiscatole”: questo, tradotto in termini emotivi, significa
per noi azzeramento del desiderio e una reazione di fuga o di
conflitto. Come succede spesso, cose buone producono effetti
cattivi semplicemente a causa del sovradosaggio.
Recriminare.
La recriminazione trasforma il suo oggetto, ovvero le colpe
dell’altro, in diritti legittimi. Provate a pensare a tutte
quelle situazioni in cui il nostro partner ha recriminato
aspramente per un nostro comportamento: la requisitoria subita
ci fa sentire quasi innocenti e la colpa anche se molto grave
perde di forza. L’atto comunicativo del recriminare, ossia
sottoporre il partner a un processo in cui vengono
puntualizzare le sue colpe, per quanto possa apparire una forma
corretta e legittima di chiarificazione, tende a produrre
nell’accusato reazioni emotive di ribellione. Anche in questo
caso, la forma della comunicazione e la sua modalità emotiva
trasformano un messaggio corretto sul piano formale in un atto
relazionale che sposta la sua attenzione dai contenuti alla
sfera emotiva.
Il sentirsi inquisiti e condannati fa scattare reazioni che
spostano il piano della disputa dal livello logico (il piano dei
fatti) a un livello relazionale in cui le emozioni in gioco sono
il rifiuto e la stizza. Questa reazione emotiva cancella la
colpa e fa nascere solo la voglia di scappare o di aggredire.
Ciò vuol dire che, quando comunichiamo, non conta solo il
significato di ciò che diciamo, poiché il come lo diciamo ne
amplifica, ne riduce o ne trasforma l’effetto. Possiamo anche
essere convinti, a livello puramente razionale, che il nostro
partner abbia ragione quando recrimina, ma al tempo stesso, in
modo totalmente irrazionale, siamo spinti a reagire come se
fossimo degli innocenti condannati iniquamente. Nietzsche diceva
che “gli esseri umani sono capaci di sublimi autoinganni:
trasformano le proprie colpe in colpe altrui…” ogni qualvolta ci
viene da recriminare qualcosa nei confronti di qualcuno, il
risultato non sarà l’accettazione delle nostre ragioni, ma una
reazione di rifiuto emotivo che può portare a un freddo
distacco, o a uno scontro che può trasformarsi in un litigio. Il
recriminare ha ben poco a che fare con quella che dovrebbe
essere l’atmosfera relazionale di un legame affettivo, ha invece
molto a che fare con la prassi giuridica che utilizza questa
tecnica come percorso per definire l’imputato colpevole.
L’effetto del recriminare, da un punto di vista analogico,
potrebbe essere descritto come un giudice che si erge contro un
colpevole sottoposto a una requisitoria. Se questo può farci
sentire forti della posizione assunta e delle nostre ragioni,
dobbiamo considerare anche che, in questa maniera, produciamo
nel nostro partner un sentimento sgradevole contro cui
s’infrangeranno le nostre ragioni, dando luogo ad una relazione
catastrofica.
Rinfacciare.
É un atto comunicativo che induce a esacerbare invece che a
ridurre ciò che si vorrebbe correggere. Chi è sottoposto alla
strategia del vittimismo da parte di una persona cara che accusa
di averla fatta soffrire con le nostre azioni, più che un senso
di colpa, prova un’irrefrenabile sensazione di rabbia nei
confronti di chi vuole indurre il partner a correggere quei
comportamenti che l’hanno generata. Ma, purtroppo, il risultato
di solito è che non solo il partner raramente cambia
comportamento, ma addirittura s’indispone, poi s'arrabbia e
spesso diventa ancor più opprimente. Come afferma Humberto
Maturana “non sono i tiranni a creare gli oppressi, ma
viceversa”. Questo vuol dire che se io mi metto nel ruolo di
vittima dell’altro, lo rendo automaticamente mio aguzzino. Se
quest’ultimo si arrabbia mi renderà ancor più vittima, io glielo
farò notare e lui sarà sempre più aggressivo e opprimente.
Quella che si viene a stabilire, tra chi rinfaccia e chi
subisce, è una forma di complementarietà patogena della
comunicazione che tende a strutturarsi come un vero e proprio
copione interpersonale all’interno del quale chi viene
colpevolizzato è portato a reagire rifiutando o aggredendo
l’altro che in modo vittimistico lo mette in questa posizione.
Così facendo, la vittima accresce la sensazione di essere tale e
si sentirà ancor più calata in questo ruolo, cosa che scatenerà
un’ulteriore reazione di rifiuto o di aggressione da parte di
chi viene fatto sentire in colpa. Tutto ciò è il prodotto delle
modalità comunicativa del rinfaccio vittimistico. Non si
dovrebbero dimenticare le parole di Attalo: “Una cattiva
coscienza beve essa stessa la maggior parte del suo veleno”;
quindi, se facciamo le vittime, ci mettiamo nelle condizioni di
bere da soli il veleno prodotto dalla situazione che si crea.
“Te l’avevo detto!”.
Fa parte di quelle forme di comunicazione meno articolate, ma
tuttavia in grado di provocare con grande probabilità di
successo l’irritazione e l’allontanamento del partner. Queste,
di solito, sono singoli atti comunicativi e non sequenze
interattive. Eppure, il loro potere evocativo è formidabile. La
loro forza sta nel riuscire a evocare immediatamente nell’altro
le sensazioni di provocazione, irritazione o qualifica. La madre
di tutte queste è senza dubbio la classica sentenza pronunciata
in seguito a qualche accadimento spiacevole: “te l’avevo
detto!”. Esistono molte varianti di questa sentenza, ma hanno
tutte la stessa struttura e funzione, come ad esempio: “lo
sapevo io”, oppure “non mi hai voluto dare retta, vedi!”. L’idea
di fondo è che il partner ci comunica il fatto che noi abbiamo
sbagliato qualche cosa, poiché non abbiamo ascoltato o non
abbiamo dato peso alle sue parole e alla sua opinione. Se io già
sono arrabbiato con me stesso perché ho commesso un errore, il
fatto che l’altro mi faccia notare che l’ho commesso dal momento
che non gli ho dato retta –ammesso che questo sia vero e non sia
solo una sua impressione- non mi aiuta affatto, anzi mi fa
imbestialire ancor di più con me stesso e con lui. Questa
piccola frase trasforma chi la pronuncia in parafulmine della
rabbia del partner, al quale si dà la possibilità di dirottare
contro tutta la carica che ha contro se stesso a causa del suo
fallimento.
“Lo faccio solo per te”.
In questa maniera viene dichiarato un sacrificio unidirezionale
da parte di uno dei due membri della relazione: questo non solo
fa sentire l’altro in debito, ma lo costringe anche a subire
qualcosa che lo fa sentire inferiore, poiché bisognoso di un
atto altruistico. Questo messaggio mette in una condizione
emotiva ambivalente: dovrei ringraziarlo per la generosità, ma
sono in difficoltà in quanto non è stata da me desiderata né
richiesta. Se qualcuno ci fa pesare un suo sacrificio, o anche
semplicemente un piccolo favore, questo ci indica il suo bisogno
di essere riconosciuto e gratificato per quello che ha fatto. Se
fosse stato davvero nobile e generoso, avrebbe dovuto fare senza
farcelo notare. Un atto altruistico dichiarato si trasforma in
una manovra decisamente egoistica. Se io non pretendo il
riconoscimento del mio sacrificio, l’altro se ne re renderà
conto da solo e gli sarò doppiamente grato: una volta per il
favore ricevuto, la seconda per non averglielo fatto pesare.
“Lascia…faccio io”.
Questo atteggiamento, che veste i panni della gentilezza,
nasconde una forma di squalifica delle capacità dell’altro. Si
tratta di quelle situazioni in cui si ci sostituisce all’altro
nell’eseguire un compito, facendo per di più sembrare il nostro
agire come un atto di cortesia e attenzione nei suoi confronti:
“Cara, lascia, parcheggio io l’auto…” oppure “Cara, lascia fare
a me questo”, ecc... Sembrerebbero davvero atti gentili per
salvare l’altro da un suo impaccio, ma in realtà chi “subisce”
la gentilezza la vive come un atto di squalifica delle proprie
capacità. Un aiuto non richiesto non solo non aiuta, ma
danneggia. Questo perché l’atto, se a un livello più
superficiale di comportamento, comunica una buona intenzione, a
un livello più profondo significa: lascia fare a me perché tu
non sei capace. Ciò arriva ad avvelenare e ad intorbidire anche
le più sincere delle buone intenzioni.
Biasimare.
Se proprio si avesse a che fare con una persona talmente
straordinaria da riuscire a evitare di entrare in conflitto, una
persona in grado di controbattere a ognuna delle tecniche
descritte per rovinare il dialogo con contromosse che riducano
ogni volta il partner a una serena ragionevolezza, questi può
sempre ricorrere a una vera e propria segreta ricetta per
attuare il maleficio: il biasimo.
Il biasimo è una critica diretta, non è una contestazione, non è
un mettere in dubbio le capacità dell’altro, ma è una sequenza
rappresentata da una prima parte nella quale ci si complimenta
con l’altro e una seconda parte nella quale si afferma che però
avrebbe potuto fare di meglio, di più o che ciò non è
abbastanza. Tra la prima e la seconda parte del dialogo vi è un
contrasto. Immaginate di arrivare all’appuntamento con la
propria partner con un prezioso regalo: lei è seduta al tavolo
di un ristorante elegante e raffinato alla quale l’avete
invitata e, dopo aver degustato piatti prelibati e champagne,
finalmente apre il vostro regalo. Mentre apre il pacchetto vi
ringrazia dolcemente. E fin qui tutto pare meraviglioso. Poi
tira fuori il regalo, uno splendido anello d’oro bianco con una
ghiera di brillanti. A questo punto vi guarda, e con un sorriso
che si trasforma per metà in un a smorfietta vi dice: “E’
bellissimo, caro, ma come hai fatto a dimenticare che a me
piacciono le pietre singole e l’oro giallo”.
Il vero artista del dialogo catastrofico è capace di utilizzare,
se non tutte, una buona parte delle tecniche descritte passando
con levità dall'una all'altra.
La prima caratteristica comune alle forme comunicative fin qui
descritte è il loro basarsi sulle “migliori intenzioni”. In
altri termini, la persona mette in atto un certo tipo di
dinamiche con l'intento di prevenire o risolvere un problema con
il partner, ottenendo però il risultato contrario. L'intenzione
che conduce a puntualizzare, recriminare, e così via, è il voler
migliorare le cose all'interno della relazione, ma l'utilizzo di
una strategia non idonea allo scopo produce effetti
indesiderati.
Un secondo tratto essenziale è rappresentato dal fatto che chi
mette in atto le modalità comunicative fallimentari è fermamente
convinto delle proprie ragioni. Procede insistendo anche di
fronte alle prime reazioni negative, con la convinzione che alla
fine il partner comprenderà ciò che è “ingiusto”.
Se chi abbiamo di fronte assume lo stesso atteggiamento, si
viene a costituire una sorta di tiro alla fune, in modo tale che
ognuno dei due contendenti fa di tutto per trascinare l'altro
dalla propria parte. Quanto più uno tira, tanto più l'altro
cerca di resistere. Quanto più io mi irrigidisco nelle mie
convinzioni, tanto più incremento la possibilità di contrasto
con l'altro. Non può esistere la “verità”, ma ne esisteranno
tante quante sono le prospettive che possono essere assunte. La
fermezza delle proprie convinzioni non solo è solo disfunzionale
alle relazioni interpersonali, ma è anche un'idea scorretta su
come funzionano le cose di questo mondo. Hermann Hesse diceva:
“il paradosso dei paradossi è che il contrario del vero è
ugualmente vero”. Aristotele, ad esempio, consiglia al suo
principe Alessandro: se vuoi persuadere qualcuno devi farlo
attraverso le sue stesse argomentazioni”. Blaise Pascal molti
secoli dopo scrive: “quando si vuol rimproverare con utilità e
mostrare a un altro che egli si inganna, bisogna osservare da
qual verso egli considera la cosa, perché generalmente da quel
verso lì essa è giusta, e riconoscergli questa verità, ma
svelargli quell'altro verso da cui essa è falsa. Ed egli
contenta si contenta di ciò, perché vede che non si ingannava e
che il suo difetto era soltanto di non vedere tutti i lati della
questione”.
Quindi le differenti “trappole” comunicative che conducono a
realizzare un dialogo fallimentare prendono avvio dal non
considerare il fatto che il linguaggio che noi usiamo spesso usa
noi, e che differenti modalità comunicative costruiscono realtà
differenti.
I sofisti, i maggiori cultori dell'arte del comunicare,
sostenevano che la realtà altro non è che il linguaggio che
usiamo per comunicarla e comunicarcela. Le parole sono come
pallottole, scriveva Ludwig Wittgenstien: per questo bisogna
farne un uso molto accurato, altrimenti inconsapevolmente
possiamo ferire gli altri e noi stessi.
Dopo aver individuate le forme di dialogo fallimentari che
abbiamo descritto, il primo passo consiste nell'evitarle; il
secondo, nel sostituirle con strategie e tattiche realmente in
grado di farci raggiungere il nostro scopo: imparare a dialogare
in maniera costruttiva e funzionale alla vita e alla relazione
di coppia. Se tra partner o in famiglia lo stile comunicativo è
orientato al dialogo costruttivo e alla scoperta congiunta, si
costruiscono spontaneamente modalità funzionali di relazione e
comunicazione con l'altro. Purtroppo vale anche il contrario,
che è di certo la realtà più frequente, ovvero che apprendiamo
“spontaneamente” a comunicare con l'altro in modo malefico. |